Paté di fave  su nido di agretti

Glutine: assente 

Difficoltà: bassa

Tempo di preparazione: 25 minuti circa

Tecnica di cottura: Lessatura

Stagionalità: Primavera

Utensili: Pentola, padella, mixer, posate varie 

Ingredienti per 4/6 persone

  • 300 gr. di fave sgranate fresche
  • 2 mazzi di barba di frate
  • 1 cipollotto
  • 1 mazzetto di mentuccia
  • 3 cucchiai extravergine di oliva
  • 2 cucchiai di tahin
  • Un cucchiaino di cipolla grattugiata
  • 1 cucchiaio di acidulato di umeboshi (se si vuole dare un gusto diverso – altrimenti 1 C. di succo di limone)
  • Sale marino integrale
  • Olio extravergine di oliva

Procedimento

Mondate e lavate la barba di frate e lessatela in acqua salata per circa 5 minuti; scolate e lasciate raffreddare. Utilizzando la stessa acqua di cottura degli agretti, lessate anche le fave per circa 10 minuti conservando l’acqua di cottura; lasciate intiepidire e togliete loro la buccia.

In un mixer riunite le  fave, l’acidulato di umeboshi,  il tahin,  la cipolla grattugiata, qualche foglia di menta e frullate il tutto fino a che non diventi una crema omogenea.

In una padella fate saltare gli agretti con poco olio e salate.  Nella stessa padella fate rosolare per qualche minuto il cipollotto tagliato a rondelline sottili e salate.

Composizione:  in un piatto adagiate gli agretti a forma di nido; disponetevi sopra la quenelle di fave e guarnite con il cipollotto (in alternativa potete utilizzare anche del prezzemolo tritato).

Il paté di fave si può servire anche su una bruschetta sfregata con aglio e condita con un filo di olio extravergine di oliva.

 

Si suggeriscono ingredienti coltivati con metodo biologico

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About the Author: Elena Alquati

Elena Alquati è docente di cucina per la prevenzione ed esperta in dietetica e dietoterapia cinese. Insegna filosofia macrobiotica e, negli ultimi anni, si è dedicata alla ricerca per riportare alla luce storia e cultura del cibo. Le sue radici professionali gettano le fondamenta nel Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva dell’Istituto Nazionale Tumori, allora sotto la direzione del Dr. Franco Berrino, insegnando come cambiare alimentazione secondo le direttive del Fondo Mondiale della Ricerca sul Cancro.
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