Zuppa d’orzo contro i PFAS: scienza o mito “detox”?

Ho pensato molto prima di scrivere questo articolo, mossa dal desiderio di affrontare un tema delicato con la massima oggettività e rigore scientifico, lontano da polemiche sterili. Perché questa scelta? Perché quando si parla di alimentazione e salute, la comunicazione al grande pubblico richiede una responsabilità enorme: messaggi imprecisi o eccessivamente semplificati rischiano di generare false illusioni o confusione nei consumatori.

Tutto nasce durante una puntata della trasmissione “Indovina chi viene a cena” su Rai 3, in cui un intervento sulla gestione dei PFAS ha catturato la mia attenzione. Alla domanda della conduttrice su quali siano gli alimenti che contengono più PFAS, l’esperto ha spiegato che, secondo alcuni studi, queste sostanze sono più presenti nei cibi di origine animale rispetto a quelli vegetali, con una concentrazione maggiore nel pesce d’acqua dolce rispetto a quello di mare.

Subito dopo è arrivata la raccomandazione: ”Mi raccomando, quando si mangia il pesce, di mangiare anche una zuppa d’orzo o di avena perché le fibre contenute (betaglucani) hanno la capacità di legare i PFAS, di impedirne l’assorbimento e quindi di eliminarli”.

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About the Author: Elena Alquati

Elena Alquati è docente di cucina per la prevenzione ed esperta in dietetica e dietoterapia cinese. Insegna filosofia macrobiotica e, negli ultimi anni, si è dedicata alla ricerca per riportare alla luce storia e cultura del cibo. Le sue radici professionali gettano le fondamenta nel Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva dell’Istituto Nazionale Tumori, allora sotto la direzione del Dr. Franco Berrino, insegnando come cambiare alimentazione secondo le direttive del Fondo Mondiale della Ricerca sul Cancro.
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