Le ricette della signora Toku: il cibo che ci parla

C’è un momento che mi ha particolarmente colpito in questo piccolo gioiello di Naomi Kawase, in cui si capisce che cucinare non è una mansione ma una forma di ascolto. La signora Toku prepara la crema di fagioli azuki con una cura che somiglia a una cerimonia: doppia cottura, acqua cambiata con pazienza, e soprattutto le mani ferme e le orecchie tese, perché sono i fagioli stessi — dice lei — a parlare mentre bollono, a sussurrare quando sono pronti. Un sapere antico, fatto di tempo, rispetto e umiltà davanti a un ingrediente.

È attorno a quel pentolame che ribolle che nasce tutto il film.

Sentaro, gestore di un chiosco di dorayaki chiuso nel suo risentimento, e Toku, anziana donna dalle mani segnate dalla malattia, si incontrano in pochi metri quadri e si regalano a vicenda ciò che nessuno aveva saputo donare loro: una prospettiva, una tenerezza, un senso. La regista filma gli alberi di ciliegio, il vapore che sale dalla pentola: riesce a farci sentire il profumo degli azuki. Il sapore di un dolce fatto, inquadratura dopo inquadratura, per lavoro da una parte e per amore dall’altra, unendo così due mondi opposti.

È proprio qui il cuore del film, ed è ciò che mi ha colpito di più: la cultura della preparazione del cibo come legame tra l’uomo e l’ambiente (il cibo). Una cultura paziente, quasi spirituale, che stiamo perdendo in nome della velocità e dell’omologazione, e che invece andrebbe recuperata con urgenza. Toku non insegna solo una ricetta; insegna a guardare e ad ascoltare — «quel che serve per dare un senso alla vita è osservare, e ascoltare».

Un film che ti entra dentro, giapponese fino al midollo nei tempi e nella sensibilità. Un film che tutti dovrebbero vedere, e che lascia uscire dalla sala con una fame diversa: quella di fare le cose con amore.

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About the Author: Elena Alquati

Elena Alquati è docente di cucina per la prevenzione ed esperta in dietetica e dietoterapia cinese. Insegna filosofia macrobiotica e, negli ultimi anni, si è dedicata alla ricerca per riportare alla luce storia e cultura del cibo. Le sue radici professionali gettano le fondamenta nel Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva dell’Istituto Nazionale Tumori, allora sotto la direzione del Dr. Franco Berrino, insegnando come cambiare alimentazione secondo le direttive del Fondo Mondiale della Ricerca sul Cancro.
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